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Tadao Ando e il minimalismo: viaggio attraverso le tendenze contemporanee

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Il protagonista di oggi è indiscutibilmente uno dei principali maestri dell’architettura contemporanea. La sua sobrietà che lo ha spesso portato a celare l’opera, il minimalismo e l’uso del calcestruzzo per le superfici hanno contribuito ad accrescere la sua notorietà. Architetto contemporaneo e massimo esponente del movimento minimalista orientale, Tadao Ando si inserisce come personaggio dalla formazione del tutto insolita, fatta maggiormente di esperienza manuale piuttosto che di nozioni accademiche. Ha sempre coltivato la passione per l’architettura tradizionale giapponese e parallelamente per Le Corbusier. Proprio da questo conflitto è nata la visione personale che non disdegna l’avanzamento culturale e tecnologico, ma pensa che tali elementi debbano essere reinterpretati con l’equilibrio autoctono della cultura orientale.

 

L'apprendistato

È necessario tornare indietro di mezzo secolo. Ando era ancora giovane ed iniziava ad approcciarsi al mondo dell’architettura. Sono gli anni ’60-’70 decennio in cui fu aperta la polemica nei confronti del razionalismo    grazie ad opere architettoniche e di testo nate principalmente per mano di due figure. Parliamo di Robert Venturi e Philip Johnson. La rivoluzione del pensiero post-modernista fu essenzialmente quella di considerare l’autonomia della forma rispetto alla funzione (in antitesi con i dettami del razionalismo e della carta di Atene del 1941); inoltre anche la tipologia edilizia non si doveva considerare più determinante nei confronti della forma. In sintesi il post-moderno muoveva due principali critiche al razionalismo: la prima consisteva nell’ aver usato materiali molto costosi per esaltare forme semplici e rigorose; la seconda condannava la visione urbanistica dello zooning proponendo invece l’alternativa che a tutt’oggi è seguita, ossia la mixité, inserire funzioni anche apparentemente in contrasto nella stessa zona. L’aspetto poco condivisibile del post moderno è quello che ne determinò esiti spesso discutibili ossia il recupero in chiave eclettica degli stili del passato con eccessi che sfiorano il kitsch. Questo fu il periodo dell’apprendistato per Tadao Ando. Gli anni della sua  formazione  riguardano anche il processo di americanizzazione del Giappone, iniziato con il trauma della sconfitta nella seconda Guerra Mondiale e con la conseguente occupazione americana. In questo scenario avvengono i suoi esordi, la cui opera può essere vista come un tentativo di assorbire e metabolizzare gli influssi occidentali in ambito architettonico per poi inserirli nella civiltà giapponese. In questo periodo la figura di riferimento per l’architettura giapponese è Kenzo Tange, il quale rivolge lo sguardo ad un panorama di tipo internazionale ma che ugualmente tende a offrire contributi importanti all’estero (esempio: piano di ricostruzione di Skopje dopo il terremoto del 1963). In questo clima Ando sviluppa una poetica che nella sua prima fase creativa lo porta a produrre oggetti legati alle tecniche moderne e solo in seguito andrà a riferirsi ad alcuni temi tradizionali giapponesi. Tradizione giapponese che è caratterizzata dall’uso di materiali naturali come il legno, il bamboo, la carta intelaiata e la paglia: tutto ciò concorre a creare una sensazione di monocromia. Gli spazi sono caratterizzati da eleganza e sono conformati da un ingrediente fondamentale che ritroviamo in tutti i progetti di Ando: la luce naturale, sobria, controllata e naturale che riesce ad esaltare le qualità degli spazi architettonici.

 

Un nuovo linguaggio

Circa un decennio più tardi vediamo Ando già attivo nel panorama internazionale con diverse sue opere che analizzeremo più avanti. Passati pochi anni dalle teorizzazioni di Venturi già si osserva un atteggiamento architettonico differente da quello post modernista. Un nuovo linguaggio che si sviluppa a partire dai primi anni ’80 parallelamente alla nuova possibilità di poter usare il computer per progettare edifici. Un nuovo linguaggio che punta alla disconnessione e alla ricostruzione in modo alternativo rispetto alle regole tradizionali, in cui viene costantemente messa in discussione l’unità formale: il decostruttivismo. Emblematico per comprendere il nuovo linguaggio è l’intervento dei Coop Himmelblau datato 1983 sul tetto di un edificio dell’800 a Vienna. Utilizzando vetro e acciaio i progettisti hanno creato una struttura a composizione spezzata che sporge dal tetto e mira chiaramente a evidenziare le sue diversità rispetto alla preesistenza. Quello del decostruttivismo, che è il linguaggio che a tutt’oggi domina il panorama internazionale ha come principali interpreti Rem Koolhas, Frank Gery, Daniel Libeskind, Coop Himmelblau,

Ando si inserisce in un contesto in cui si stanno sviluppando nuove teorie revisioniste nei confronti del decostruttivismo, criticato per le sue opere definite “non funzionanti”. E’ una nuova giovinezza, un nuovo successo: il minimalismo.

Ha ereditato dalla tecnica moderna l’uso del cemento armato adottandola per creare muri continui, che sono spesso gli elementi costruttivi dominanti delle sue opere, accostandolo al legno e all’acqua. Spesso l’uso del cemento armato rende necessarie costanti operazioni di manutenzioni delle sue opere; implica inoltre uno studio dettagliato delle casseforme per i getti in funzione dell’effetto estetico che si vuole ottenere e dei raccordi tra elementi verticali e orizzontali. Questi aspetti sono studiati come se fossero essi stessi un progetto parallelo a quello del manufatto. In tutte le sue opere il cemento armato si esalta con lo studio della luce, che pone l’accento sulla qualità estetica e sull’eleganza degli spazi. Da sottolineare è anche la sua maestria nell’uso del legno di cui un esempio celebre è il padiglione del Giappone per l’expo di Siviglia del 1992 costruito interamente in legno.

Ando compone le sue opere ricorrendo ad una sintassi paratattica, fatta dall’unione di forme geometriche pure apparentemente autonome ma che fibrillano nei loro punti di connessione dove la spazialità entra in risonanza tramite le angolature e i salti di scala. La “scatola” si rompe nei nodi, e questo è una reminiscenza della sua ammirazione per Le Courbusier e si manifesta principalmente nei suoi edifici isolati. Quando progetta in lotti costretti, tende a chiudersi lasciando lo spazio strettamente necessario all’accesso; crea spazi architettonicamente introversi ma molto riconoscibili con fenditure e squarci che offrono a chi si trova all’interno una molteplicità di scorci. I materiali nudi denotano la sua voglia di esibirli per le loro caratteristiche intrinseche e uniti alla luce, al vento e all’acqua inglobano la natura nell’edificio.

 

Progetti

 

Rokko Housing I-II-III

 

 

Il primo progetto che merita una citazione è il complesso residenziale Rokko Housing I-II-III realizzato a Kobe tra il 1978 e il 1999. È uno dei suoi progetti più significativi e che lo accompagna dai suoi esordi fino ad oggi. In tutto il complesso è presente una continuità formale e una coerenza di principi. Il complesso Rokko è situato in una posizione invidiabile, sulle pendici dell’omonimo monte che si affaccia sulla città di Kobe. Risultato di questa collocazione è quindi un distacco dal caos più intenso del cuore metropolitano, scelta questa che è pienamente in linea con la concezione di serenità sobrietà e pacatezza della poetica di Ando. Qui l’architetto affronta il problema della densità edilizia che nelle caotiche città giapponesi si impone in maniera più consistente rispetto a qualsiasi metropoli europea. Nonostante ciò qui Ando decide di ricercare, e lo trova, un principio di abitabilità che conservi in linea di principio contatti con i modi e gli usi della casa tradizionale giapponese e con il sistema di vicinato. Quest’ultimo aspetto nella società tradizionale giapponese è di fondamentale importanza ed è codificato con regole comportamentali che coinvolgono aspetti molteplici che spaziano dall’etica sociale al decoro dell’ambiente e degli spazi collettivi. Nei tre blocchi realizzati, Ando utilizza uno schema planimetrico modulare, con cui è in grado di realizzare tramite poche varianti alloggi di diversa ampiezza e un sistema di distribuzione incentrato su un asse pedonale. Tale strada. In Rokko I-II risale le pendici molto inclinate della collina mentre in Rokko III si svolge lungo una quota isometrica. La strada pedonale riveste il ruolo di principale spazio pubblico di riferimento al quale si connettono spazi secondari paralleli o trasversali. Ogni alloggio ha un proprio spazio aperto che accentua il senso di diversificazione delle singole cellule e assume quindi grande importanza. Altro elemento caratterizzante è l’utilizzo dei tetti giardino ricoperti di erba e piante (Rokko II-III) scelta fatta per consentire agli alloggi delle parti alte del complesso di avere un affaccio sul verde in apparente armonia con il verde della collina circostante. I tre interventi sono facilmente distinguibili (in Rokko I non ci sono i tetti verdi) ma seguono tutti la stessa logica compositiva, dominata dal concetto di cellula abitativa e dall’uso del terrazzamento.

 

La Chiesa della luce

L’opera probabilmente più nota che lo ha reso celebre a livello internazionale è la Chiesa della luce. Realizzata e progettata tre il 1987 e il 1989 a Ibaraki, prefettura di Osaka. Anche in questo caso si tratta di un parallelepipedo di cemento armato a vista in pannelli prefabbricati in cui le pareti minori ossia quelle a nord e a sud portano incise una croce per tutto lo spessore della muratura. Si genera in tal modo una fonte luminosa naturale cruciforme che è tra l’altro l’unico richiamo alla simbologia cristiana all’interno dell’aula. Infatti l’architettura di questa chiesa così come nella chiesa sull’acqua, è completamente slegata dai canoni e dalle regole convenzionali che si applicano nella progettazione di edifici sacri della cristianità. Anche l’orientamento della chiesa è diverso da come si utilizza nella tradizione cristiana. Qui è nord-sud scelta fatta per consentire alla croce sul muro rivolto a sud di captare più luce naturale possibile. Ciò genera un fascio luminoso proiettato nell’oscurità interna nel modo più marcato e netto possibile. In questo modo il sacerdote celebra la messa in contro luce andando a rimarcare in modo scenografico la misticità dell’esperienza liturgica. A questa scatola rettangolare, Ando accosta un muro inclinato di 15° rispetto alla pianta, che articola e suddivide lo spazio individuando il vestibolo e i percorsi d’accesso. Questo muro inoltre diventa anche mezzo di drammatizzazione dello spazio ed elemento di fluidificazione delle tensioni spaziali fatte di luci ed ombre. Dopo dieci anni dalla realizzazione del primo impianto è stato necessario ampliare il progetto inserendo un edificio per la catechesi in sostituzione di una costruzione preesistente. Tale aggiunta ha un aspetto formale pressoché identico alla chiesa solamente un po’ più corto e ruotato rispetto ad essa. Questo ampliamento ha generato un interessante dialogo tra le due parti in cui diventa impossibile percepire visivamente la similitudine tra i due edifici che però appare immediata se li si osserva in pianta. Con questa scelta della replica, il sistema degli spazi esterni interstiziali, acquisisce un valore importante e inatteso soprattutto nella lettura dell’insieme dei volumi nella completezza del lotto compreso il giardino.

 

Cappella sull’acqua

Uno dei temi su cui ha maggiormente lavorato Ando è rappresentato dagli spazi sacri. In tutti i suoi progetti di spazi sacri cristiani è sempre riuscito a sintetizzare con estrema maestria simbolismi e la liturgia di una religione che non gli appartiene, calandoli in una concezione della spazialità carica di spiritualità orientale. Proprio Ando ritiene che in occidente lo spazio sacro è trascendentale anche se a suo avviso deve essere messo in relazione in qualche modo con la natura, senza che questo rapporto abbia nulla a che vedere con il panteismo o l’animismo. Il suo profondo credo si avvicina al sacro solo quando il verde, l’acqua, la luce e il vento si astraggono dalla “natura naturans” per essere assoggettati al volere dell’uomo. Un esempio celebre del suo modo di approcciarsi all’architettura sacra è la chiesa sull’acqua, progettata e realizzata tra il 1985-1988 a Shimukappu, nella prefettura di Hokkaido.

La sua distanza dalla fede cristiana occidentale gli ha permesso di progettare questa chiesa così come le altre senza troppi condizionamenti riguardanti la liturgia, gli arredi e le tipologie storiche. La spazialità della chiesa è pensata per ottenere un generale principio di silenziosità e compostezza che però non sottrae senso alla religiosità di chi abita e fruisce di questi spazi. La caratteristica emblematica di questo progetto è la straordinaria fusione plasmata da Ando tra spazio aperto e spazio chiuso. L’aula è un elemento parallelepipedo in cemento armato a vista arredata con sole panche a cui si accede tramite un percorso complesso fatto di discese e cadenzato dall’apertura improvvisa di visuali e commentato dall’alternarsi di luci e ombre. Tale percorso termina con l’eliminazione della parete di fondo, li dove ci dovrebbe essere l’altare, e la sua sostituzione con una grande vetrata scorrevole a tutta altezza che si apre su uno scenario naturale dominato dalla grande croce che svetta dalla placida acqua post in continuità con la pavimentazione interna. Uno scenario altamente spirituale da guardare, ascoltare, meditare.

 

 

 

 

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